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Betsiamites · 1923–1929 · Ricordi di un missionario

Monsignor Labrie a Betsiamites

Monsignor Napoléon-Alexandre Labrie racconta il suo soggiorno a Betsiamites, le persone che lo hanno segnato e la vita delle comunità della Côte-Nord.

Questi estratti sono tratti daQuelques souvenirs (1905–1931), a cura di Pierre Frenette. Le letture sono interpretate da padre Jean-Guy Lachance, c.j.m., ordinato sacerdote da monsignor Labrie.

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Ricordi di un missionario

Una parrocchia, un territorio, incontri

Nelle sue memorie monsignor Labrie rievoca gli inizi del ministero a Betsiamites, la caccia e la cattura con trappole, le istituzioni della missione e gli spostamenti tra le località della costa. I racconti sono presentati come documenti storici, nel loro contesto e con le formulazioni originali.

Il lettore, padre Jean-Guy Lachance.Originario di Québec, ha compiuto gli studi classici all’Externat Saint-Jean-Eudes ed è stato ordinato sacerdote eudista da monsignor Labrie. Ha insegnato nei collegi eudisti di Bathurst e Edmundston, poi ha proseguito gli studi di filosofia a Roma. Tornato in Canada, ha insegnato per quasi trent’anni nel collegio e nella diocesi di Edmundston. Qui presta la sua voce al vescovo che lo ha ordinato.

Fonte dei testi: Labrie, N.-A.,Quelques souvenirs (1905–1931), edizione curata da Pierre Frenette. © Société historique de la Côte-Nord. Riprodotto con autorizzazione.

Ritratto scontornato di mons. Napoléon-Alexandre Labrie

01

Pagine 64–68

Padre Labrie prende possesso della sua parrocchia

Il suo arrivo a Betsiamites, l’apprendimento della lingua e i primi mesi di ministero.

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Nei primi giorni di settembre arrivai a Betsiamites, seguendo il consueto itinerario: Godbout–Matane, Matane–Rimouski, Rimouski–Betsiamites. Un commerciante del luogo, il signor Côté, con una piccola goletta a motore, la Miller, assicurava un…

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servizio postale e di trasporto passeggeri.

Padre Jauffret, che stavo per sostituire, mi accolse con autentica cordialità fraterna. Per il resto, l’accoglienza fu tutt’altro che entusiasta. In canonica avevo come governante la signora Norbert Lebel, che conoscevo fin dall’infanzia, sua nipote, suo nipote Joseph Blouin e Edmond, fratello di padre Doucet. Gli ultimi due si occupavano della nostra fattoria.

Mi avevano raccomandato di arrivare prima del ritorno dalle vacanze di padre Doucet. Ma al suo rientro padre Jauffret non c’era più e il vicario, che ricopriva quell’incarico da tre anni e aveva imparato il montagnais, mi disse francamente che sarebbe stato meglio se fosse rimasto lui al mio posto. Non potevo che essere pienamente d’accordo, ma tutto era stato deciso contro la mia volontà e padre Lebrun aveva disposto le cose così; per natura, non era un superiore incline al dialogo, come oggi si desidererebbe. Io avrei voluto un anno libero, consacrato interamente allo studio della lingua. Apprezzavo molto la franchezza del confratello e, fortunatamente, la sua grande carità sacerdotale fece nascere tra noi un’amicizia che non venne mai meno.

Eccetto la famiglia Miller, da sempre amica della mia, le persone più influenti del villaggio mantenevano nei miei confronti una riserva glaciale. Compresi che essere del posto confermava il proverbio: «Nessuno è profeta in patria».

Gli Innu mi ritenevano responsabile della partenza di padre Jauffret, che a buon diritto si era guadagnato la loro fiducia e amicizia. Che fare in una situazione simile? Aspettare, sperando che la pazienza e la costanza superassero ogni diffidenza.

Ricevetti però qualche incoraggiamento. Una sera Étienne Adlé, un Mi’kmaq, venne nel mio ufficio. «Non ti preoccupare — mi disse — se gli Innu non ti vogliono bene. Lascia fare a me: conosco te, tuo padre e tua madre. Conosco anche gli Innu. Li riconquisterò, vedrai!» Parlava con grande gentilezza e, mentre si apprestava ad andarsene, mi chiese in prestito cinque dollari. Come rifiutare tanta calorosa cordialità? Quindici giorni dopo me ne restituì sei, accompagnandoli con parole ancora più cordiali e chiedendomene altri dieci, che gli prestai. Dopo altri quindici giorni mi restituì dodici dollari e, con un discorso notevole, finì per chiedermene cinquanta! Nel frattempo avevo imparato a conoscere il mio intraprendente cavaliere e a rendermi conto di quanto dovesse alla Chiesa. Con un’ingratitudine indicibile, ricevette un rifiuto definitivo.

Nel frattempo, del resto, la situazione era radicalmente migliorata.

Per studiare la lingua ebbi due insegnanti straordinari: il signor Georges Rock (in lingua innu, Ashini) e la signora McTavish, meglio conosciuta con il cognome da nubile, Marie Picard. Fin da giovane, il signor Rock aveva fatto da interprete e da cantore principale in chiesa. Aveva sposato una signorina Collin di Mingan, venuta a lavorare come domestica per il responsabile della Compagnia della Baia di Hudson. Ebbero quattro figli: Sylvestre, Georges, Paul e Joseph; i primi tre erano di intelligenza notevole. Paul fu a lungo capo della riserva. Anche le sue tre figlie si distinsero per le loro ottime qualità. All’arrivo a Betsiamites il signor Rock era già anziano, ma conservava una finezza d’ingegno e una disponibilità cordiale che non si dimenticano. Dopo le messe delle grandi feste, secondo una consuetudine antica, mi portava i suoi cantori. Veniva loro servito un bicchiere di vino. Se dimenticavo di riempirlo una seconda volta, il signor Rock se ne andava zoppicando e bisognava richiamarlo per far passare la zoppia.

La signora Marie Picard discendeva da Charles Picard, un Uroni di Lorette emigrato a Betsiamites. Era una donna di intelligenza straordinaria. Parlava un francese impeccabile per correttezza e pronuncia. Il montagnais, una lingua bellissima, nella sua bocca era musica. La sua immaginazione sempre vivace non esitava ad abbellire i fatti che una memoria perfetta le riportava alla mente. Mi dispiace di non aver annotato meglio ciò che ho ricevuto da queste due persone.

L’inverno 1923–24 trascorse così: imparavo la lingua e conoscevo meglio la mia parrocchia e le comunità servite. In estate padre Doucet partì per portare la missione nelle altre riserve lungo la costa. Credo che allora avessi riconquistato il favore di tutti.

Uno dei miei predecessori, credo nel 1914, padre Brière aveva sostituito la vecchia chiesa di padre Arnaud con una nuova chiesa in mattoni. Era bella e spaziosa, ma l’interno non era mai stato completato. Nel 1924 monsignor Leventoux venne per la visita pastorale e presiedette la festa del 15 agosto. Il Consiglio degli Innu si fece portavoce di tutti e gli chiese il permesso di terminare la chiesa, che non aveva debiti. Il permesso fu concesso e la mia inesperienza dovette mettersi al lavoro. Conoscevo un abile capocantiere, il signor Thimothée Landry di Saint-Octave-de-Métis. Lo feci venire; mi consigliò suo cugino, l’architetto Pierre Raymond, che con il socio, il signor Dionne, mi preparò a buon prezzo un progetto davvero bello.

Non avevamo falegnami sul posto. Bisognava farli venire da fuori e a Betsiamites c’erano poche pensioni. La canonica era grande e li ospitammo lì. A fine novembre arrivarono i materiali e gli operai iniziarono i lavori. Proseguirono alacremente per tutto l’inverno e a giugno potemmo mostrare ai cacciatori di ritorno dai boschi una chiesa finita, tutta bianca e fresca sotto la bella vernice, con il pavimento e i banchi lucidati. Per esprimere ammirazione trovavano una sola frase: «Miam waskut», «è come il cielo»! La amarono e se ne presero cura con grande attenzione.

Chiesa di Bersimis con il campanile e gli edifici vicini
Chiesa di Bersimis, circa 1920 ·BAnQ Sept-Îles ↗

Labrie, N.-A.,Quelques souvenirs (1905–1931), pp. 64–68. Edizione curata da Pierre Frenette. Lettura: padre Jean-Guy Lachance. © Société historique de la Côte-Nord · Riprodotto con autorizzazione.

02

Pagine 69–70

La caccia a Betsiamites

I territori di caccia, le pratiche di conservazione e i cambiamenti che hanno trasformato la vita delle famiglie.

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All’epoca del mio arrivo a Betsiamites, le foreste dell’entroterra erano state esplorate solo sommariamente, ma si potevano ancora definire foreste vergini. I bacini dei fiumi Betsiamites, Outardes e Manicouagan erano il territorio indiscusso dei cacciatori di Betsiamites.…

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Quasi nessun bianco andava a caccia in quelle zone. Gli Innu che risalivano il fiume Betsiamites fino al lago Pipmouagan incontravano quelli di Pointe-Bleue, che cacciavano sulla Péribonka o sulla Sainte-Anne. Chi si spingeva fino alle sorgenti della Manicouagan entrava spesso in contatto con gli Innu della Baia di Hudson.

In quei territori ogni famiglia si tramandava di padre in figlio una determinata zona di caccia, riservata a essa con il tacito consenso di tutti. Ogni autunno vi ritornava e il suo diritto era rispettato. Il cacciatore divideva però il territorio in tre settori e non cacciava per due anni consecutivi nello stesso settore, così da permettere agli animali di riprodursi senza che il loro numero diminuisse. Quando su un lago si scopriva una tana di castori, gli Innu sapevano stimare con precisione, o quasi, quanti animali vi abitassero. Non li catturavano mai tutti: ne lasciavano sempre alcuni perché si riproducessero. Grazie a questa saggia pratica, la cattura con le trappole continuava da secoli e il numero degli animali restava pressoché stabile.

Poco dopo, gli esploratori forestali invasero quei territori. Si venne a conoscenza delle ricchezze della regione e, dopo di loro, avventurieri senza scrupoli risalirono gli stessi fiumi; alcuni arrivavano in piena estate, prima degli Innu. Rubavano le trappole, occupavano gli accampamenti e spesso si rifiutavano di restituirli ai legittimi proprietari. Peggio ancora, cacciavano fino a esaurire la fauna.

Gli Innu venivano spesso a espormi le loro lamentele. In varie occasioni presentai richieste, insieme all’agente, al Ministero degli Affari indigeni e al governo provinciale. Volevamo ottenere protezione e riconoscimento per i diritti degli Innu, che nessuna legge garantiva. Ci furono fatte promesse, tra cui quella di istituire territori riservati esclusivamente a loro. Ci rendevamo tuttavia conto delle difficoltà di attuare simili misure. Nel frattempo, soprattutto dopo la mia partenza da Betsiamites, l’industria si impadronì della regione. Furono costruite dighe e centrali idroelettriche, a grande vantaggio del paese ma a grave danno degli animali da pelliccia.

Quando lasciavano il villaggio a settembre, le famiglie caricavano sulle canoe tutto il necessario per l’alimentazione di base: farina, grasso, burro, conserve e così via. Per la carne contavano sulla caccia e sulla pesca. Fiumi e laghi erano ricchi di trote e di ouananiche, che si potevano congelare ai primi grandi freddi. Si mangiava anche la selvaggina: anatre, lepri, pernici, linci canadesi, castori e soprattutto caribù, se si aveva la fortuna di incontrare un branco. All’epoca di cui parliamo l’alce era sconosciuto a est del Saguenay. Il primo esemplare di cui si ebbe notizia fu avvistato a Les Escoumins nell’estate del 1924. Credo che il cervo dalla coda bianca non si sia ancora spinto fin là.

Labrie, N.-A.,Quelques souvenirs (1905–1931), p. 69–70. A cura di Pierre Frenette. Lettura: padre Jean-Guy Lachance. © Société historique de la Côte-Nord · Riprodotto su autorizzazione.

03

Pagine 71–74

Le pellicce

Il commercio delle pellicce, le lunghe spedizioni e l’esperienza dei cacciatori.

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Il castoro era ancora l’animale la cui pelliccia costituiva la principale fonte di reddito dei nostri cacciatori. Una pelle poteva essere venduta, a seconda delle dimensioni, per venticinque dollari. Chi si spingeva fino alle sorgenti della Manicouagan cacciava soprattutto la martora: gli esemplari più belli potevano valere fino a cento dollari.…

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Una primavera Ignace Picard e i suoi due figli tornarono con un ricavato di novemilaquattrocento dollari, quasi interamente ottenuto dalle martore.

Il visone poteva arrivare a quarantacinque dollari. La volpe nera, da quando l’industria aveva trovato il modo di tingere di nero quella rossa, non valeva più nulla. Mio padre ne aveva già venduta una per ottocento dollari. L’allevamento non aveva ancora fatto crollare il prezzo delle volpi argentate: gli esemplari più belli potevano raggiungere i duecentocinquanta dollari.

Le altre prede, di minor valore, erano la lince canadese, il topo muschiato e l’ermellino. La lontra era rara e il suo prezzo variava molto secondo la qualità della pelliccia. Gli esemplari più belli potevano raggiungere i cento dollari.

In quegli anni, se si chiedeva a un Innu: «Hai fatto una buona caccia?», spesso rispondeva: «A po chouk, non molto. Quattromila». Peccato che non sapessero risparmiare di più! Ma nessuno li aiutava. Del resto, il loro stile di vita non favoriva il risparmio; sarebbero occorsi anni e una nuova generazione, accompagnata da una formazione intensiva. Oggi il periodo di abbondanza è finito e gli Innu devono imparare a guadagnarsi da vivere come i bianchi.

Agli occhi di chi non la conosceva, la loro vita poteva sembrare dura; per loro, invece, era libera e bella. Sapevano evitare i pericoli. Nei sette anni trascorsi con loro non ricordo incidenti avvenuti nei boschi. Ecco un episodio che mostra quanto sapessero cavarsela.

Pierre Metzekapo era un «Naskapi», cioè un Innu dell’entroterra che si era stabilito a Betsiamites. Una sera, mentre tornava in canoa e sbarcava a poche centinaia di passi dal suo accampamento, afferrò il fucile dalla canna; lo sparo gli recise il braccio destro vicino alla spalla, che rimase attaccato soltanto a un lembo di carne. Senza esitare, con il coltello tagliò quel lembo, mise al sicuro la canoa e, raccolti con l’altra mano armi e bagagli, raggiunse l’accampamento. Per fermare il sangue versò sulla ferita una manciata di polvere da sparo. Dev’essere stata un ottimo antisettico: guarì senza tornare alla costa, continuò a cacciare e lo fece per tutto il resto della vita. Con un solo braccio era forte come un toro.

Alcuni dei nostri cacciatori si distinguevano dagli altri. Era il caso, per esempio, di Ignace Picard e dei suoi figli. Risalivano molto la Manicouagan, superavano il grande lago e raggiungevano la catena chiamata Montagne Bianche. Lì incontravano spesso gli Innu della Baia di Hudson e scambiavano con loro belle pellicce con oggetti — orologi, coltelli e altro — che portavano appositamente. Ignace era considerato il miglior cacciatore della riserva; si era costruito una bella casa, spendeva senza badare a spese e, profondamente generoso, aiutava volentieri chi era nel bisogno.

Edificio della Compagnia della Baia di Hudson a Bersimis
Hudson Bay a Bersimis, circa 1920 · BAnQ Sept-Îles

Labrie, N.-A.,Quelques souvenirs (1905–1931), p. 71–74. A cura di Pierre Frenette. Lettura: padre Jean-Guy Lachance. © Société historique de la Côte-Nord · Riprodotto su autorizzazione.

04

Pagine 74–75

La Gendarmeria reale

Il gendarme Josaphat Brunet e una movimentata spedizione agli Îlets Jérémie.

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Il Ministero degli Affari indigeni manteneva in permanenza un posto della Gendarmeria reale, o Polizia a cavallo, come la si chiamava comunemente. In quel periodo avemmo la fortuna di avere come comandante il signor Josaphat Brunet, che in seguito sarebbe stato inviato a Parigi come capo dell’Interpol.…

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Prima di lasciare Betsiamites sposò la signorina Mercédès Miller, figlia dei coniugi Joseph Miller, commercianti nella riserva. Brunet era tanto gentiluomo quanto intelligente e coraggioso.

Nel giugno del 1928 un elegante yacht bianco gettò l’ancora sulla riva occidentale del fiume, dove più tardi sarebbe stato costruito l’imbarcadero del traghetto. Trasportava un carico consistente di whisky, ma non ebbe il tempo di venderlo. Brunet e il suo assistente Clément salirono a bordo. Il capitano e i suoi uomini erano armati e cercarono di impedire ai gendarmi di salire. Brunet saltò sul ponte e gli uomini gli si gettarono addosso. Allora estrasse il revolver e sparò al piede del capitano, che lo teneva per la gola. Fu sufficiente: si arresero, la nave e il carico furono sequestrati e l’equipaggio arrestato.

Fu meno fortunato in un’altra avventura. Gli avevano riferito che una goletta aveva lasciato agli Îlets Jérémie un’ingente «riserva» di alcolici, affidata al signor Pitre Fortin o al genero Philippe Huard. Una sera venne a raccontarmi le sue difficoltà: cercava una barca per andare a verificare la faccenda, ma nessuno voleva essere coinvolto nell’impresa.

Qualche giorno dopo dovevo partire con padre Poulin per visitare le nostre comunità di Laval. Brunet arrivò con Clément e ci chiese di lasciarli agli Îlets durante il tragitto. Era quasi impossibile rifiutare. Conoscendo bene il signor Fortin, ero certo che la spedizione sarebbe stata inutile.

Alle sette gettammo l’ancora davanti agli Îlets. Attorno alle due case non si vedeva anima viva. Brunet aveva portato una canoa di tela per sbarcare; padre Poulin e io dovevamo proseguire il viaggio. Non c’era vento, ma dal largo arrivava una lieve risacca. Appena salirono sulla canoa capii che non avevano alcuna esperienza. Non feci in tempo a gridare «A pancia in giù!» che si capovolsero. Clément nuotò fino a noi e lo agganciai al parapetto. Brunet, aggrappato alla canoa, veniva sballottato a ogni onda: era già troppo lontano per raggiungerlo con il rampino. Dovemmo salpare e avvicinare la barca; dopo averlo raggiunto, lo tirammo a bordo come il suo compagno. Restava da imbarcare quei due uomini, intirizziti e quasi incapaci di aiutarsi. Era la fine di ottobre.

Una volta a bordo, non restava che portarli a casa per riscaldarli. A terra nessuno si era accorto di nulla, ma ci accolsero con grande gentilezza senza farci domande sul pretesto che avevamo dovuto inventare. Dopo averli sistemati in letti comodi, il signor Fortin mi chiese: «Se gli offrissi un buon ponce (un grog), mi farebbero storie? — Gliene dia uno abbondante; garantisco io che non avrà problemi». I due gendarmi si addormentarono al caldo, dopo un eccellente St-Pierre. Al risveglio Brunet ammise: «Dopo tanta generosa ospitalità, sarebbe da mascalzoni dar loro fastidio. Non ci resta che ringraziarli e proseguire il viaggio con voi da turisti». Il signor Fortin, come molti altri, teneva del whisky St-Pierre per uso personale. Era davvero una partita di contrabbando? Non lo si seppe mai.

Labrie, N.-A.,Quelques souvenirs (1905–1931), p. 74–75. A cura di Pierre Frenette. Lettura: padre Jean-Guy Lachance. © Société historique de la Côte-Nord · Riprodotto su autorizzazione.

05

Pagina 76

L’ispettore degli Affari indigeni

Un ispettore che veniva ogni anno e il cui soggiorno a Betsiamites spinse a presentare un reclamo al Ministero.

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Nei sei anni trascorsi a Betsiamites, il Ministero degli Affari indigeni inviò sempre lo stesso ispettore, un certo signor Bury. Arrivava verso il 15 agosto per partecipare alla festa degli Innu.…

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Per l’occasione organizzava sulla spiaggia un grande falò e ballava il «Macouchame» con tutti. Fin qui, nulla da dire; ma il suo soggiorno a Betsiamites era piuttosto una vacanza, che trascorreva soprattutto divertendosi e bevendo.

Non era certo un esempio di sobrietà per gli Innu. Alla fine mi recai a Ottawa con l’agente per presentare un reclamo; ci promisero che ne avrebbero mandato un altro, che arrivò dopo la mia partenza.

Case ed edifici di Bersimis all’inizio del XX secolo
Bersimis, circa 1920 · BAnQ Sept-Îles ↗

Labrie, N.-A.,Quelques souvenirs (1905–1931), p. 76. A cura di Pierre Frenette. Lettura: padre Jean-Guy Lachance. © Société historique de la Côte-Nord · Riprodotto su autorizzazione.

06

Pagine 64–68

La fattoria

La fattoria della missione forniva latte alle famiglie del villaggio.

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I sacerdoti della missione gestivano una grande fattoria con diverse mucche e due cavalli. In questo modo rifornivano di latte le famiglie del villaggio. Due uomini si occupavano della fattoria: Joseph Blouin, nipote della nostra governante, la signora Norbert Lebel,…

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Aveva sposato una giovane donna della famiglia Hémond di Portneuf e, già nel mio secondo anno, feci costruire per lui una casa grande e solida.

Il suo assistente era Edmond Doucet, fratello di padre Doucet, che nel 1925 o 1926 avrebbe sposato un’insegnante, la signorina Edwidge Blaney di Rivière-au-Tonnerre.

Labrie, N.-A.,Quelques souvenirs (1905–1931), pp. 64–68. Edizione curata da Pierre Frenette. Lettura: padre Jean-Guy Lachance. © Société historique de la Côte-Nord · Riprodotto con autorizzazione.

07

Pagina 79

L’istruzione

La scuola del villaggio, le Suore del Buon Consiglio e l’accesso agli studi.

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Nel 1923 le Suore del Buon Consiglio di Chicoutimi erano già presenti da molti anni nel villaggio. Le aveva fatte venire padre Arnaud. Insegnavano agli Innu e ai bianchi in una casa che padre Arnaud aveva fatto costruire appositamente.…

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Come abbiamo già detto, la scuola funzionava da ottobre a settembre dell’anno successivo. Questo calendario era dettato dalle circostanze di cui abbiamo parlato.

All’inizio del 1925 il Ministero avviò la costruzione di una scuola più grande, con quattro aule, alloggio e cappella per le religiose. Era già un progresso. La vecchia scuola fu trasformata in ambulatorio e casa di riposo per gli anziani Innu, sotto la direzione della signora Joseph Murphy.

La situazione degli Innu cominciava a cambiare. Si prevedeva che sarebbe arrivato il momento di adottare un diverso modo di vita. Alcune giovani, come le signorine Yvonne e Jeanne Bacon e Madeleine Roc, avevano già frequentato con ottimi risultati il collegio di Rimouski. Dopo la mia partenza sarebbe stata costruita un’altra scuola, ancora più grande e bella.

Infine, nel 1950 gli Affari indigeni costruirono a Maliotenam un grande collegio, ma non fu sufficiente a rispondere alla crescente aspirazione degli Innu all’istruzione. Dal profondo del cuore spero che tutti i miei concittadini nutrano per questo popolo l’amicizia che io gli porto e lo aiutino a raggiungere il livello d’istruzione cui legittimamente aspira.

Labrie, N.-A.,Quelques souvenirs (1905–1931), p. 79. A cura di Pierre Frenette. Lettura: padre Jean-Guy Lachance. © Société historique de la Côte-Nord · Riprodotto su autorizzazione.

08

Pagine 80–82

Il Banc di Betsiamites

La segheria di Bersimis, le famiglie Miller e il servizio postale invernale lungo la costa.

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Di fronte al villaggio innu, la Compagnia Girouard di Sherbrooke aveva costruito una segheria; attorno a essa si era formato un insediamento chiamato Moulin Bersimis. Lo si chiamava più spesso «il Banc», perché sorgeva su un banco di sabbia formatosi nel corso dei secoli.…

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Aveva conosciuto un certo periodo di prosperità e aveva avuto un sacerdote residente: l’ultimo fu padre Brézel.

Nel 1924 vi erano rimaste soltanto tre famiglie: i coniugi David Miller, che vivevano con il figlio Oscar, sposato con Alice Martel di Manicouagan; Frank Miller, sposato con la signorina [Victoria] Thibeault; e Alexandre Miller, sposato con la signorina [Blanche] Imbeault di Portneuf. Nel 1925 Georges Deschènes, un giovane di Métis venuto a lavorare alla costruzione della chiesa, avrebbe sposato Alice, figlia di Frank, e si sarebbe stabilito vicino al suocero.

Le altre case e gli edifici della Compagnia Girouard erano ormai ridotti a rovine.

A mio parere, David Miller è una delle figure della Costa Nord che meritano un’attenzione particolare. Con il fratello Xavier era figlio di uno scozzese [Samuel Miller], giunto sulla costa probabilmente al servizio della Compagnia della Baia di Hudson. David sposò una giovane [Edmire] Arseneault del Moulin Betsiamites. Ancora molto giovane entrò nel servizio postale e in inverno trasportava la posta da Betsiamites a Pointe-des-Monts, dove un altro corriere la portava fino a Sept-Îles. All’epoca non c’erano né strade né sentieri. David compiva due o tre viaggi ogni inverno, sempre con le racchette da neve. Partiva da Betsiamites con sulle spalle un sacco di circa trentaquattro chili di posta e alcune provviste.

La distanza percorsa in un giorno dipendeva molto dalle condizioni della neve. Le abitazioni erano lontane parecchi chilometri e spesso scendeva la sera prima che si raggiungesse un luogo abitato. Allora il signor Miller sceglieva un posto adatto, il fianco di una roccia o un gruppo di abeti che lo riparasse meglio dal vento. Tagliava alcuni tronchi secchi e accendeva un bel fuoco. Con un tè caldo e un pasto frugale, dormiva all’aperto al calore delle fiamme. All’alba, dopo colazione e dopo essersi riscaldato con il tè bollente, riprendeva le racchette e il sacco. Una vita così dura sembra inconcepibile nel nostro mondo confortevole. Il signor Miller non fu il solo a viverla. Furono questi pionieri tenaci a costruire, in un modo o nell’altro, la nostra comunità; meritano tutta la nostra ammirazione e riconoscenza.

Quegli anziani ripetevano tutti lo stesso proverbio: «La miseria non uccide». Il signor Miller ne fu la prova vivente: visse fino a ottant’anni, un bell’uomo dalla barba bianca, molto mite ma energico e agile fino alla fine.

Continuò a occuparsi a lungo del servizio postale. Ma al mio arrivo a Betsiamites le condizioni erano migliorate: gli insediamenti erano più numerosi e ravvicinati, mentre la posta era aumentata di peso e volume. Il signor Miller dovette farsi aiutare dai figli. La posta veniva trasportata a cavallo fino a Pointe-Lebel e, da lì a Pointe-des-Monts, caricata su canoe di legno rinforzate con lamiere per resistere al ghiaccio. Quando il mare era libero si remava; se si incontrava il ghiaccio, si tiravano le canoe fuori dall’acqua e le si trascinava con il carico, facendo molta attenzione a non sfondare la superficie ghiacciata.

In seguito il contratto passò ai marinai di Pointe-aux-Outardes, Hector e Jean. Aggiunsero motori alle canoe; quando non dovevano trascinare le imbarcazioni per scaldarsi, non restava loro che agitare energicamente le braccia.

A poco a poco arrivò il progresso. Credo che nel 1926 o 1927 il dottor Cuisinier [aviatore francese] e Roméo Vachon inaugurarono il primo servizio postale aereo invernale: trasportavano soltanto gli invii di prima classe e li lasciavano cadere dall’alto il più vicino possibile agli uffici postali. Il servizio crebbe rapidamente, iniziò ad accogliere passeggeri e sostituì del tutto il trasporto postale via terra.

Il primo aereo del dottor Cuisinier era molto piccolo e non ne conosco il nome. Fu presto sostituito da [Dragon Rapide De Havilland], da Fairchild e, [verso il 1949], da Beaver [e infine da biplani De Havilland], prima dell’arrivo dei DC-3 e degli aerei moderni.

Operai su una lunga trave in un cantiere forestale
Cantiere di Bersimis · BAnQ Sept-Îles ↗

Labrie, N.-A.,Quelques souvenirs (1905–1931), p. 80–82. A cura di Pierre Frenette. Lettura: padre Jean-Guy Lachance. © Société historique de la Côte-Nord · Riprodotto su autorizzazione.

09

Pagine 82–83

Le comunità della parrocchia

Le visite pastorali, l’assistenza ai malati e il medico dei villaggi.

Ascolta · Lettura di padre Jean-Guy Lachance

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Padre Doucet e io ci alternavamo nel servizio religioso delle altre località della nostra parrocchia. A giugno padre Doucet partiva per visitare le altre riserve della costa e rientrava soltanto a metà agosto.…

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Allora chiedevo l’aiuto di alcuni Eudisti, insegnanti nei collegi, che venivano volentieri, come se partissero per una bella vacanza.

In seguito, a turno, il parroco o il vicario partiva verso est o verso ovest. Arrivavamo sempre fino a Portneuf e a Saint-Paul-du-Nord, dove i parroci, i signori Bouchard e Dufour, ci accoglievano con grande amicizia. Tranne che a Pointe-aux-Outardes, non avevamo cappelle: celebravamo la messa nelle case o, una volta costruite, nelle scuole.

Oltre ai viaggi regolari, venivamo spesso chiamati al capezzale dei malati. Già il mio primo Natale dovetti partire dopo la messa di mezzanotte per amministrare i sacramenti a un figlio di Alexandre Tremblay, a Pointe-aux-Outardes. Per fortuna sopravvisse alla polmonite.

In quelle località non esisteva alcun servizio medico. I parti erano assistiti dalle levatrici, tra cui la signora Cyrisse Desbiens a Ragueneau e la signora Josué Côté a Pointe-aux-Outardes. Erano donne ammirevoli, più ricche di fede che di conoscenze mediche, e in quelle occasioni portavano sempre con sé il crocifisso. Dio veniva chiaramente in loro aiuto.

Nel 1925 la Brown Corporation assunse un giovane medico, il dottor Johnston, per assistere i suoi operai a Papinachois. Era protestante, ma raramente ho incontrato una persona altrettanto delicata e profondamente caritatevole. Veniva spesso a consultarmi su come curare i suoi pazienti cattolici. Mi accompagnava volentieri nelle visite ai malati e, quando era chiamato fino a Ragueneau, accettava al massimo cinque dollari. La gente era imbarazzata e mi chiese di dirgli che avrebbe pagato volentieri una tariffa più alta. Mi rispose con parole che non dimenticherò mai: «Padre, il mio stipendio mi basta. Queste persone non sono ricche. Lei, da sacerdote, non chiede nulla ai malati che visita. Io ho sempre considerato la medicina una vocazione sacerdotale al servizio della sua. Dica alla sua gente che non desidero altro».

Labrie, N.-A.,Quelques souvenirs (1905–1931), p. 82–83. A cura di Pierre Frenette. Lettura: padre Jean-Guy Lachance. © Société historique de la Côte-Nord · Riprodotto su autorizzazione.

10

Pagine 83–85

Chiamate per i malati

Due emergenze agli Îlets Jérémie e il ricordo delle famiglie lontane dall’assistenza medica.

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Nel dicembre del 1926 avevo appena terminato la messa quando Martin Hickey arrivò dagli Îlets Jérémie, affranto. La figlia maggiore, Hethay, era gravemente malata. (Martin Hickey aveva acquistato la casa del suocero, St-Pierre).…

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Quel giorno il vento soffiava con violenza e faceva freddo. Martin aveva viaggiato per buona parte della notte e lasciato il cavallo al Banc. Dovemmo attraversare il fiume in canoa nonostante la tempesta, poi ripartire lungo sentieri impraticabili.

Quando arrivammo era ormai notte fonda e la povera ragazza era morta da alcune ore. Si immagini lo smarrimento di una famiglia in quella solitudine. La defunta giaceva sul letto e da ore aspettava di essere composta. A circa cinque chilometri di distanza la famiglia Fortin non sapeva nulla. La signora Hickey voleva che andassimo a cercare la signora Fortin.

Feci accendere una vecchia lanterna e mi incamminai lungo la spiaggia, costeggiando il bosco. A volte il vento spegneva la fiamma e mi addentravo tra gli alberi per riaccenderla. A casa Fortin avevano visto quella luce intermittente e parlavano di fuoco fatuo. Quando entrai rimasero sorpresi; la notizia li sconvolse.

La marea saliva e si era aperto un canale tra i ghiacci. Facemmo salire la signora Fortin su una piccola barca e, guidati da suo figlio, tornammo dalla famiglia in lutto.

In un’altra occasione non fui più fortunato…

Era ancora agli Îlets Jérémie, questa volta a casa Fortin. Ero stato chiamato insieme al medico per Héliodore, figlio del signor Fortin. Da oltre un anno il giovane era sposato con Alexina Gagnon, nipote della signora Norbert Lebel e assistente della zia in canonica. Il medico non riscontrò nulla di grave, gli prescrisse alcuni rimedi e noi tornammo a Betsiamites. Otto giorni dopo fui richiamato dallo stesso malato, questa volta con il dottor Eager di Chute-aux-Outardes. Le sue condizioni erano molto peggiorate e il medico diagnosticò una peritonite. L’ospedale più vicino era a Rimouski e non sarebbe partita nessuna imbarcazione prima della sera successiva. Il malato aveva la febbre molto alta e soffriva terribilmente. In quelle condizioni non avrebbe resistito fino alla partenza della nave. Bisognava operarlo, almeno per inserire un drenaggio.

Come fare? Non c’era elettricità. Era notte e il medico aveva bisogno di una buona illuminazione. La famiglia possedeva una lampada Coleman, ma non funzionava. Mi misi a ripararla e riuscii a farla accendere.

Dovetti improvvisarmi anestesista: non per addormentare completamente il malato, ma per renderlo abbastanza incosciente da limitare il dolore. Sterilizzammo gli strumenti e il medico operò. L’intervento gli diede un sollievo notevole e poté riposare in attesa del trasporto a Rimouski. La mattina il dottore tornò a Betsiamites e chiese al capitano della V. M. Manicouagan di fare una deviazione verso gli Îlets per imbarcare il malato. Alle sette di sera del giorno dopo arrivai in ospedale con lui. I medici lodarono il dottor Eager per la sua iniziativa, ma purtroppo era troppo tardi: il giovane morì durante la notte.

Fortunatamente, le emergenze tanto gravi erano rare. Più spesso venivamo chiamati per disturbi di poco conto, come un mal di denti o simili. Ma eravamo sempre felici di accorrere alla prima chiamata, ammirando la fede di quelle brave persone e la loro fiducia nel sacerdote. Se io e padre Doucet siamo riusciti a portare loro un po’ di conforto nella vita dura che conducevano, non ci è mai pesato essere chiamati. Anzi, siamo consapevoli di aver preso parte all’opera di pionieri che hanno costruito un paese. Nessuno era perfetto, ma le società sono costruite da persone imperfette e la Provvidenza continua la sua opera servendosi di strumenti altrettanto imperfetti. Quegli uomini e quelle donne restano figure grandi e ammirevoli; con il passare degli anni cresce il nostro orgoglio per aver condiviso le loro umili aspirazioni e per aver partecipato all’opera di Dio che si compiva attraverso di loro.

Mons. Labrie, padre Ledoré e alcune donne e ragazze davanti a una casa
Père Ledoré, Mgr Labrie, Catherine Martin, Odile Cormier, Mme Noël, Yvonne Martin et Lucienne Martin · BAnQ Sept-Îles

Labrie, N.-A.,Quelques souvenirs (1905–1931), p. 83–85. A cura di Pierre Frenette. Lettura: padre Jean-Guy Lachance. © Société historique de la Côte-Nord · Riprodotto su autorizzazione.

Per approfondire

Fonti e risorse

Fotografie storiche: BAnQ Sept-Îles. Quando disponibili, i riferimenti di catalogo sono collegati sotto le immagini.